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La buona e la cattiva crisi
Paola Francesconi

C’è un cambiamento di tono oggi negli effetti prodotti dalla civiltà: se Freud parlava di disagio, oggi il vissuto soggettivo dell’essere al mondo vira più all’angoscia. I cambiamenti sono sempre più subiti e sempre meno, per così dire, prodotti o in continuità con le anticipazioni dei soggetti. Per la psicoanalisi l’angoscia è un momento di verità, è l’attraversamento di un vuoto che prelude all’emergenza di qualcosa di nuovo, angosciante, finché, in un certo senso, il soggetto vi acconsente, nominando quello che prima costituiva un reale angosciante, insopportabile. L’angoscia suppone una economia di soddisfazione che volge l’assenza di sutura tra pulsione e oggetto, la non naturalità della loro connessione, in spazio di nascita soggettiva, è un vuoto costitutivo, in cui prende posto una soggettività. Come ben coglieva M. Klein, l’angoscia è all’origine della vita e può essere un motore di crescita. L’angoscia è un sentimento dei più umani, veri, perché vi corrisponde, a livello della struttura, una crisi costituente della soggettività: poiché non c’è corrispondenza tra pulsione e oggetto, occorre far avvenire qualcosa nello spazio della loro non coincidenza, del loro iato. Là dove Es era, lì devo avvenire, diceva Freud. Lì avviene la soggettività. Ma l’angoscia che accompagna oggi le vicissitudini del nostro mondo non è di questo ordine, non è passaggio, da un non essere a un essere, o un nuovo essere, è sgomento senza prospettiva, è angoscia allo scoperto. Se la crisi è lo spazio di un non rapporto di corrispondenza, dunque è portatrice di nuovi equilibri, trovati con gli elementi simbolici a disposizione del soggetto, la crisi che investe oggi la soggettività ai tre livelli, economico, politico, spirituale, che abbiamo preso in considerazione nel Forum SLP recentemente svoltosi a Milano, indica un punto di rottura che fallisce l’operazione di regolazione, di stabilizzazione del rapporto tra un soggetto e la sua soddisfazione. La psicoanalisi si fa carico della crisi, in cui essa legge la soggettività di un’epoca, per far avvenire, per trasformare in prassi, il diritto ad essere non come gli altri: il momento di verità che essa legge nella crisi è da essa chiamato a divenire momento di trasformazione soggettiva, di nuova regolazione, singolare, tra soggetto e soddisfazione. La crisi economica segnala il culmine cui è giunta l’ipertrofia finanziaria che caratterizza il capitalismo contemporaneo, producendo movimenti giganteschi di denaro che girano per il pianeta in cerca di opportunità sempre maggiori di guadagno, che rincorrono il plus guadagno non agganciato ad alcuna economia reale. La non coincidenza tra pulsione e oggetto si traduce qui in una spinta all’eccesso di guadagno finanziario che, con un effetto paradosso, è andato in questi anni ad aumentare non la ricchezza ma la povertà, andando a nutrire un’angoscia di impoverimento materiale che attraversa strati interi della popolazione e delle generazioni. La spinta irrealizza l’oggetto. Il denaro si irrealizza sempre di più, nei suoi spostamenti da un capo all’altro del globo in pochi secondi, si riduce a una formula digitale, perdendo la sua materialità di oggetto. Tutto ciò con gli strumenti sempre più sofisticati della finanza, che si fa progressivamente più inventiva, come qualcuno, il giornalista Marco Panara, giunge a dire, definendola ironicamente più creativa della moda. In effetti, essa ne inventa sempre una nuova per portare il denaro al suo rendimento eccezionale. Ma il momento di verità di questo impulso al guadagno è la povertà, la precarizzazione, in questa ricerca spasmodica del più di denaro solo con il denaro e non con il lavoro. Lavoro che, infatti, tende progressivamente a perdere il suo valore di costruzione di ricchezza, come dicono gli economisti si trasforma sempre di più in lavoro povero, mal pagato, svalutato. Tuttavia quel che, come psicoanalisti, constatiamo nella clinica è che, nonostante la sua svalutazione economica, il lavoro continua ad avere un valore simbolico, una sua presa identificatoria sul soggetto in relazione al legame sociale. La perdita del lavoro infatti, per molti soggetti, è fonte di angoscia maggiore nella misura in cui tale perdita può equivalere, come dice Jacques Alain Miller, alla perdita del Nome del Padre, cioè del sostegno principale di un’identificazione costituente nel simbolico, ed è per questo che, il lavoro, lo si accetta anche in condizioni di lavoro povero o precario. La crisi politica è una crisi di rappresentatività, non dovuta solo al declino degli ideali e alla disillusione riguardo alle formule risolutive avanzate da ogni forma di autorità. E’ effetto di un cortocircuito discorsivo tra politica e finanza, per cui abbiamo assistito ad un massiccio transfert della politica verso la finanza che, come dice Jacques-Alain Miller nella sua intervista al quotidiano Marianne, “è un’architettura di finzioni fondata su previsioni, anticipazioni delle previsioni, e previsioni delle previsioni degli operatori”. La politica ha posto la finanza nella posizione del soggetto supposto sapere, perno del transfert, per cui essa oggi cerca, e ne vediamo molteplici esempi, nel vocabolario della finanza gli elementi per uscire dalla propria crisi. Il paradosso e il cortocircuito consiste nel fatto che essa chiama in soccorso personalità del mondo finanziario supponendo loro il sapere che porti a soluzione l’impasse della politica, quando la crisi della politica stessa è stata creata dalla sregolazione indotta dalla finanza. Lo spazio della soggettività protetto dalla politica attraverso dispositivi che ne creino la rappresentatività è stato completamente riassorbito e irrealizzato dal significante monetario, equivalente universale e azzeratore delle differenze. La crisi spirituale investe la soggettività nel suo punto più intimo, più sensibile agli effetti di rigetto della crisi strutturale tra individuo e soddisfazione. La ricerca spasmodica di oggetti che suturino in fretta l’insoddisfazione di struttura del soggetto, raggiunge livelli di alterazione profonda del mondo simbolico del soggetto. Si arriva ad inseguire, in alcuni gadget elettronici, un più di memoria che permetta di obliterare la divisione del soggetto tra sé e il proprio inconscio, che è la memoria rimossa. L’umanità del soggetto si sostiene, è la grande scoperta freudiana, su un sapere inconscio, rimosso, è lì che risiede l’operatività, la forza orientante del desiderio soggettivo, che non può che essere inconscio, che non ha speranza di trovare una rappresentazione esauriente, c’è sempre qualcosa di dimenticato, non presente al soggetto, sfuggente alla sua presa. Il più di memoria di apparentemente innocenti oggetti prodotti dalle tecnoscienze è l’indicatore di una tendenza espulsiva di ciò che caratterizza più profondamente la soggettività, ovvero la trascendenza a sé, la connessione a un’alterità che umanizza l’individuo allontanandolo dall’illusione di una padronanza su ciò che lo determina, di cui non si può misconoscere l’influenza. Non a caso Lacan parla del discorso del padrone come costitutivo dell’inconscio, e che vuol dire il contrario di quel che sembra, ovvero che il soggetto è assoggettato alla dominanza su di lui del simbolico, che non è nessun padrone incarnato, ma bensì è il linguaggio, che lo determina. La produzione di oggetti tipica del moderno capitalismo finanziario sfrutta e orienta la divisione soggettiva verso ciò che la reifica. Qui abbiamo la reificazione ad oltranza, anziché l’irrealizzazione, ma l’effetto è quello di abolizione del registro etico del desiderio che opera con una memoria inconscia, che muove l’individuo a cercare ciò che è e sarà sempre perduto, immemorabile e grazie a questo sempre, incessantemente, punto di tensione e di attività per un soggetto. Anche qui si sutura la crisi, la buona crisi, la non coincidenza tra soggetto e la propria intimità da cui è esiliato e che insegue costantemente, per aprire invece una “cattiva” crisi, quella della perdita della divisione umanizzante e costituente. Più di denaro, più di supposizione di sapere, più di memoria: tre aspetti del’eccesso contemporaneo in cui viene perduto il più di godere lacaniano, che non è godere di più, non è del registro dell’eccesso, ma del non riassorbibile, del supplementare che sempre sfugge alla ricerca umana di soddisfazione, sia nel campo degli oggetti che dei valori.
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